Progettati per settant'anni, costretti a viverne cento
La domanda non è se vivrai fino a cento anni. È se puoi permettertelo, e cosa farai di tutto quel tempo.
Finora, in questa newsletter, ho parlato del corpo. Di salute, di longevità, di come aggiungere anni sani alla vita. Oggi, per la prima volta, allargo lo sguardo, perché c’è una domanda che non mi ero ancora fatto: e se la parte difficile non fosse allungare gli anni, ma il fatto che tutto il resto, i soldi, il lavoro, le relazioni, le tappe stesse della vita, è ancora tarato su un’esistenza che finiva a settant’anni?
Il modello a tre stadi è morto
Per oltre un secolo la vita ha avuto tre atti, in ordine fisso: studi, lavori, vai in pensione. Funzionava per un motivo semplice. Lavoravi circa quarant'anni e ne vivevi settanta, i conti tornavano e la sequenza reggeva.
Lynda Gratton e Andrew Scott, due docenti della London Business School, autori di The New Long Life, partono da un dato che fa saltare quell’ordine. Un bambino nato oggi ha circa il 50% di probabilità di arrivare a 100 anni. Se è vero, la vita lavorativa si allunga verso i sessant’anni, e quei tre atti, pensati per un’altra durata, non bastano più.
Qui devo essere onesto, perché quel 50% è un’po contestato in realtà. Uno studio del 2024 su Nature Aging, firmato da Olshansky, mostra che dal 1990 i guadagni di aspettativa di vita hanno rallentato e stima un tetto intorno agli 87 anni, 84 per gli uomini e 90 per le donne. Per chi è nato dopo il 2010, la probabilità di toccare i 100 è circa il 5% per le donne e il 2% per gli uomini. Numeri lontani dal 50%.
E allora perché il libro tiene ancora? Perché non è questione del numero esatto. Anche se ti fermi a 87, e non a 100, un modello costruito per settanta non regge. La frattura non sta nei centenari. Sta nel fatto che viviamo dentro una struttura progettata per un’altra epoca, mentre l’orizzonte si è già spostato in avanti.
I conti non tornano più
La prima domanda del libro è brutale nella sua semplicità: chi paga tutti questi anni in più? Le risposte sono due, risparmiare di più o lavorare più a lungo. Nessuna è indolore.
Prendiamo l’esempio del libro. Vuoi smettere di lavorare a 65 anni, l’età classica, e vivere con una pensione che copre la metà del tuo ultimo stipendio. Se arrivavi a 70-80 anni, finanziavi una decina d’anni di pensione con una quarantina di lavoro. Gestibile. Ma se arrivi a 100, gli anni da coprire diventano trentacinque, quasi quanti ne hai passati a lavorare.
Qui la matematica si fa spietata. Per chiudere quel buco senza cambiare nient’altro, dovresti mettere da parte circa il 25% del reddito ogni anno. Per tutta la vita lavorativa. Fuori portata per quasi chiunque.
Gratton e Scott lo mostrano anche dall'altro lato, ed è più concreto. Chi risparmia il 10% dello stipendio non riuscirà a ritirarsi su metà del proprio reddito prima dei suoi 80 anni inoltrati. Il motivo è una sproporzione semplice: quel 10% accantonato in una quarantina d'anni di lavoro non basta a coprire trent'anni o più vissuti a mezzo stipendio, e i rendimenti realistici degli investimenti, una volta tolta l'inflazione, non colmano il divario. Ecco da dove esce quel 25%. Non è una soglia magica. È ciò che resta quando provi a tenere fermi insieme tre parametri: l'età della pensione, l'assegno che vuoi, e una vita molto più lunga. Qualcosa deve cedere.
Di solito cede l’idea stessa di smettere a 65. Eppure ci raccontiamo tre illusioni per non vederlo: vivere con meno del 50% dell’ultimo stipendio, contare sul valore della casa, pensare di battere il mercato e l’inflazione. Scorciatoie che rimandano il problema.
Così spunta un rischio nuovo: sopravvivere ai propri risparmi. Non morire poveri per sfortuna, ma diventarlo da vivi, perché i soldi finiscono prima di te.
Se la vita ha più capitoli, anche i soldi devono seguire un altro ritmo. Ed è qui che i tre stadi iniziano a sgretolarsi.
Una vita a più stadi
Studio, lavoro, pensione. Diamo per scontato che la vita abbia questa forma, in quest’ordine, ma non è una legge di natura. Quei tre atti, e la pensione stessa, sono nati con la rivoluzione industriale, quando la società si è riorganizzata attorno alle nuove tecnologie e alla separazione tra lavoro e casa.
C’era anche una regola implicita: a ogni età il suo stadio. Da giovani si studia, da adulti si lavora, da vecchi si riposa. Allunga la vita a cento anni e quella corrispondenza salta. Gratton e Scott scollegano lo stadio dall’età: a contare è più la mentalità che la data di nascita. La vita diventa una sequenza di capitoli in ordine non fisso, e il punto non è quanto durano, ma che averne molti sia la norma.
Gli autori danno un nome a tre di questi stadi. L’Explorer è la scoperta: viaggi, provi, sbagli, impari, e attraverso i tentativi capisci chi sei e dove sono i tuoi talenti. L’Independent Producer è chi lascia la carriera classica per avviare qualcosa di proprio, dove conta più imparare e produrre che accumulare. Il Portfolio è tenere insieme più attività diverse nello stesso periodo.
E le competenze, in sessant’anni, invecchiano più volte. Le macchine puntano proprio ai mestieri di fascia media. Imparare smette di essere un hobby: diventa manutenzione.
Lo vedo nel mio mestiere. Ho iniziato come sviluppatore, poi mi sono spostato sul prodotto, la community, gli eventi, la gestione di persone. E adesso l’AI sta riscrivendo il lavoro giorno per giorno, il mio e quello di tutti, a una velocità mai vista. Ho scelto di seguirlo da vicino invece di subirlo, perché in una vita lunga chi smette di adattarsi resta indietro presto.
Anche i capitoli più grandi sono già la mia storia. Studi, qualche anno da dipendente, poi in proprio nel mondo crypto. Prima di chiudere quel capitolo, ho passato mesi a studiare salute e longevità, fino al salto più recente con Omea. Nel mezzo ho viaggiato, esplorato, conosciuto me stesso e tante persone, costruendo una rete di persone varia. Ed è quella rete che mi ha sostenuto e fatto crescere ad ogni svolta. Non un piano ordinato, ma esattamente la vita a più stadi descritta dal libro, e chissà quali saranno i prossimi!
Gli asset che non compaiono nel bilancio
Finora ho parlato di soldi e di lavoro. Sono il punto di partenza obbligato, perché è da lì che nasce la pensione che dovrebbe sostenerci da vecchi. Ma è qui che Gratton e Scott ribaltano il tavolo: i beni che contano davvero in una vita lunga non finiscono in nessun estratto conto.
Li chiamano asset intangibili, accanto a quelli tangibili (che sarebbero i soldi e la casa). Sono di tre tipi. Quelli produttivi: competenze, reputazione, le persone con cui lavori. Quelli di vitalità: salute, energia, amicizie. Quelli trasformativi: la conoscenza di te stesso e una rete varia, la capacità di cambiare quando serve.
Si reggono a vicenda. Le competenze fanno crescere quanto puoi guadagnare. Una buona salute ti fa lavorare più a lungo senza spezzarti. Trascurare gli intangibili, alla fine, svuota anche i tangibili.
Qui torna un discorso che ho toccato più volte, l'importanza della salute, da una nuova angolazione. Non è un fine in sé: è l'asset di vitalità che protegge tutti gli altri. Sessant'anni di lavoro a tempo pieno difficilmente lasciano un corpo intatto, e come ogni asset, se non lo mantieni si svaluta. Se la matematica mi costringerà a lavorare fino a ottanta, meglio arrivarci con il corpo di un uomo molto più giovane. E non è solo il corpo a pagare. Una vita lavorativa così lunga rischia di mangiarsi proprio le energie e il tempo che servirebbero a costruire e curare l'altra parte della vita, la famiglia, le amicizie, i legami. Lo strumento che dovrebbe garantirci la vecchiaia, se non lo governi, può erodere la parte migliore di ciò per cui invecchiamo.
L’asset più difficile da curare forse sono proprio le relazioni sociali. Difficile perché non si accumula in automatico come gli interessi su un conto. Chiede tempo, presenza, costanza, e il tempo è proprio la cosa che ci sembra sempre mancare. Eppure famiglia, amici e community non sono solo ciò che rende bella una vita lunga. Sono anche ciò che la allunga. In una meta-analisi su 148 studi e oltre trecentomila persone, chi aveva legami sociali più forti mostrava il 50% di probabilità in più di sopravvivere nel periodo osservato. La ricercatrice dietro quei numeri, Julianne Holt-Lunstad, mostra che l’effetto della mancanza di legami sulla mortalità è paragonabile a fattori noti come il fumo.
Detto altrimenti: coltivare le persone intorno a te pesa sulla durata della tua vita quanto smettere di fumare. E una relazione pensata per quarant’anni regge male per ottanta senza cura costante. Le persone che mi hanno sostenuto a ogni svolta non sono comparse per caso. Le ho coltivate. In una vita lunga le persone non sono un contorno. Sono l’investimento con il rendimento più alto.
Cosa significa avere trent’anni adesso
Nato nel ‘96, con un’età biologica che gli strumenti mi danno intorno ai ventitré, mi sento in un certo senso il caso di studio del libro. Sto facendo tutto il possibile per allungare l’orizzonte biologico. Ma leggere Gratton e Scott mi ha messo davanti la domanda scomoda: e il resto?
Ho passato un anno a ottimizzare il contenitore. Sonno, allenamento, nutrizione. La parte difficile, ora me ne accorgo, è progettare cosa ci metti dentro per i prossimi settant’anni. I soldi con un altro ritmo, le competenze da ricostruire più volte, le relazioni da coltivare quando il tempo sembra non bastare mai. Il corpo è l’asset su cui ho lavorato di più ultimamente ma non è l’unico che conta.
C’è poi una parte che non dipende da me. I sistemi pensionistici pensati per pagare una rendita da 65 anni in poi vanno verso il collasso man mano che diventare centenari smette di essere un’eccezione. Le generazioni si mescoleranno: a venticinque e a cinquanta potremo trovarci nello stesso stadio, a studiare la stessa cosa. E andranno riviste le regole costruite sul vecchio schema, quelle che legano rigidamente un'età a una fase. L'ageismo, prima di tutto: l'idea che a cinquant'anni sia tardi per ricominciare a studiare, o a sessanta per cambiare mestiere. In una vita a più stadi quel pregiudizio non è solo ingiusto, è anche fuori tempo. Sono cambiamenti lenti, e non c’è garanzia che arrivino in tempo per noi.
E torno alla tensione di partenza. Olshansky dice che i cento anni, oggi, restano improbabili a meno di una svolta scientifica capace di rallentare l’invecchiamento stesso. Quella svolta è esattamente la scommessa del campo in cui ho scelto di lavorare, ed è quello che proviamo a costruire con Omea. Non sto solo pianificando per una vita lunga. Sto cercando di contribuire a renderla possibile.
Per chi è venuto prima di noi, tutto questo è difficile da decifrare. I miei genitori, come molti della loro generazione, hanno conosciuto una sola strada, e in un ordine preciso: gli studi, un lavoro spesso uguale per decenni, il matrimonio e i figli dentro una certa finestra di anni, poi la pensione. Visto da lì, un percorso come il mio o quello di molti miei coetanei, fatto di cambiamenti, viaggi, settori diversi e virate nette, può sembrare instabilità o indecisione. Non lo è. È la forma che prende una vita quando l’orizzonte si allunga. Se queste righe arrivano fino a loro, vorrei dicessero soprattutto una cosa: non ci siamo persi, è la mappa a essere cambiata.
Ed è qui lo scarto più grande rispetto al loro mondo. Quella vita seguiva un copione già scritto, e bastava stare nei tempi. Questa no. Senza una sequenza data, il peso si sposta tutto sull’individuo e sulle sue decisioni: il libro è chiaro su questo, in una vita lunga serve un ruolo attivo, non passivo. Nessuno ti dirà quando studiare di nuovo, quando fermarti, quando ripartire. La flessibilità smette di essere una virtù e diventa una competenza oltre che necessità. E l’intenzione, scegliere invece di lasciarsi portare, è ciò che separa una vita lunga e piena da una semplicemente lunga.
Per questo la domanda che mi porto dietro non è più se arriverò a cento anni. È un’altra, e mi piace molto di più: cosa farò di tutto il tempo in più che stiamo guadagnando? Come lo divido tra il lavoro che amo, le passioni, la famiglia, gli amici? Aggiungere anni alla vita è solo metà del lavoro. L’altra metà è scegliere, con intenzione, come riempirli.


